Paesaggi d'Italia

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L'Etna

Sicilia, Italia

“Un paradiso terrestre, interrotto qua e là da zone dell’inferno”: l’immagine di Edmondo De Amicis riassume bene quello che più che un paesaggio può forse definirsi un mondo; un mondo vario come pochi, che su ogni versante, a qualsiasi altitudine, dal livello del mare ai suoi più di 3300 metri, ha qualcosa di speciale da mostrare. E così non stupisce che il vulcano forse più raccontato, celebrato, ammirato dai viaggiatori antichi e moderni sia diventato nel 2013 Patrimonio dell’Umanità. La sua forza non è solo nel magma, sempre ribollente, ma anche nella bellezza che tocca tutto ciò che sta intorno al monte: le parti coltivate fino a quote alte, i boschi, i paesaggi lunari delle colate, le vedute del mare, gli insediamenti più antichi che si confrontano ancora con la sua potenza e la variabilità del suo carattere. Un patrimonio naturale e umano cosi ricco e diversificato non poteva che diventare una straordinaria risorsa per il turismo. L’Etna è senza dubbio uno dei vulcani attivi più facili da visitare, si arriva praticamente fino al cratere, le escursioni e i percorsi sono unici nel loro genere e possono godere di una rete di più di 250 strutture d’ospitalità. Si tratta generalmente di percorsi semplici da affrontare e un apposito sentiero, il Germoplasma, è stato attrezzato per le persone disabili. La neve non manca e solitamente si ferma sulle cime per un buon periodo, per la gioia di chi vuole sciare nel cuore del Mediterraneo.

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Qui intorno all’Etna, lava e lapillo perdono di giorno nel gioco dei riflessi la fierezza del loro nero. Ma appena il sole cede, questo nero torna il padrone del paesaggio, come a chiamar la notte. Sotto i bassi vigneti dalle fogliuzze ancora tenere e smeraldine che bevono nervose tutta l’ultima luce, il lapillo smosso dalla zappa fa un liscio tappeto di fuliggine. Tra le lucide piante di limoni e di aranci appaiono rupi e sassi color d’inchiostro. Nel porticciolo detto d’Ulisse, gli scogli di lava sono tanto neri che coi riflessi sembra stingano nell’acqua turchina. La rupe nera e dritta d’Aci Castello, con la torre merlata sulla vetta, assume contro il cielo bianco l’aspetto d’una fosca minaccia a pugno teso. La stessa piccola pieve là sotto, in fondo alla piazzetta deserta, chiusa com’è nel suo colore di pece, ha un che di tragico e di proibito, da messa nera. La malinconia che hai creduto d’intravvedere nel fondo della cordialità siciliana, quasi che questa cordialità sia il modo per dimenticare quel fondo immutabile, te la ritrovi così al sopravvenir della notte tradotta per gli occhi in colon: cielo, mare, luci, fiori, foglie, mèssi, tutto bello, tutto bene, ma ricordati che la struttura nascosta è tetra, colore di lutto. Immagini e similitudini, lo so; ma anche gli occhi hanno le loro ragioni che la ragione ha il torto di rifiutare.
Ugo Ojetti, 1934
Ma non solo da quella enorme eminenza del globo discopriamo per attorno tutto il corpo dell’Etnea montagna, ma l’intera Sicilia, le diverse città che la nobilitano, le varie alture de’ monti, i distesi piani delle campagne, i fiumi che vi serpeggian per entro, ecc. ; e stendendo più oltre il guardo veggiam Malta in barlume, ma con sorprendente chiarezza i contorni di Messina, la massima parte della Calabria; e Lipari, e il fumante Vulcano, e l’avvampante Stromboli, e il rimanente delle isole Eolie a noi sembra d’aver sotto i piedi, e facendoci chini di toccar con le mani.
Lazzaro Spallanzani, 1797
L’Etna di diamante, chiusa nel suo silenzio e spaventoso nel cielo sereno; intorno il sonno vigile dei suo grandi occhi spenti si muove la vita di ogni giorno, che allo straniero appare come il ruotare di un grande orologio sommerso, mosso da enormi lancette lungo ore modestissime, sproporzionate.
Laura Papi, 1962
O mio benevolo lettore, se andrai un giorno a Catania ricordati di fare il giro della ferrovia Circumetnea, e dirai che è il viaggio circolare più incantevole che si possa fare in sette ore sulla faccia della terra. Questa ferrovia che, girando intorno al grande Vulcano con un tragitto di più di cento chilometri, allaccia fra di loro tutti i più popolosi comuni delle sue falde, parve da principio un’impresa utopistica, fu attraversata da mille difficoltà, e non condotta a termine che nel 1895. Ora non si riesce quasi più a capire come non siasi fatta vent’anni prima, tanti sono i vantaggi che ne ricavano i trentotto paesi grandi e piccoli fra cui è distribuita la popolazione dell’Etna; la quale ha una densità superiore a quella delle parti più popolate della Germania. E’ una ferrovia che attraversa un paradiso terrestre, interrotto qua e là da zone dell’inferno, e che da Catania donde parte fino alla costa dove si congiunge una strada ferrata del litorale, e da questo punto fino a Catania è tutta una successione di vedute meravigliose dell’Etna e del mare,di giardini e di lave, di piccoli vulcani spenti e di valli lussureggianti di verzura, di graziosi villaggi e di lembi di foreste, di quelle antiche foreste di quercie, di faggi e di pini, che fornivano legno di costruzione alle flotte di Siracusa, e che le eruzioni dall’alto e la cultura dal basso hanno in grandissima parte devastate. La strada sale fino ad altitudini di oltre mille metri, discende, risale, passa attraverso a vigneti, a oli veti, a vaste piantagioni di mandorli, a boschi di castagni ; corre per ampi spazi coperti di detriti delle eruzioni, fra muraglie di lava alte come case, fra mucchi di materiale vulcanico rabescato, striato, foggiato in mille strane forme di serpenti e di corpi umani mostruosi, dove non appare un filod’ erba, fiancheggia altri spazi dove la natura ricomincia a riprendere i suoi diritti, sulle ceneri e sulle scorie, già disgregate e decomposte dalla vegetazione nascente ; passa sopra eminenze fiorite da cui si vedono sotto in conche verdi deliziose biancheggiar ville, chiesette, stradicciuole serpeggianti, fra macchie brune di aranci, di mandarini, di cedri, lungo corsi d’acqua argentati che paion striscie di neve scintillanti al sole. E durante tutto il tragitto è sempre visibile l’Etna, ma in cento aspetti diversi, cangianti secondo la generatrice del cono che essa ci presenta allo sguardo.
Edmondo De Amicis, 1908