Paesaggi d'Italia

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L'Appennino Marchigiano

Marche, Italia

L’Appennino italiano è tutto piuttosto “strano” e inaspettato, ma quello marchigiano si impegna davvero a lasciare sorpresi: cime vere come quella del Vettore, con i suoi 2476 metri, che sovrasta i Sibillini, montagne in cui si apre la meraviglia di grotte tra le più belle, più grandi e importanti al mondo come sono quelle di Frasassi, pareti di rocce dai colori vivi dove, già al tempo dei Romani, si sono scavate gallerie per far passare strade che hanno fatto la storia, come al Furlo. E poi ancora vette che si inseguono in giogaie come quelle del Catria, del Monte Acuto e del Nerone, rilievi selvatici e misteriosi come quelli dell’Alpe della Luna che chiudono l’Urbinate. Profumi di boschi e prati, cibi gioiosi e di raffinata semplicità, atmosfere dove la poesia intensa di vita e memoria montanara aleggia insieme al fumo delle ultime carbonaie.

Leggi le citazioni

(Nella Divina Commedia San Pier Damiani, parla di sé iniziando a descrivere l’eremo in cui si era ritirato a vita contemplativa, Fonte Avellana, la sua localizzazione e l’alta montagna che lo sovrasta, il Monte Catria).
Tra duo liti d’Italia surgon sassi,
E non molto distanti alla tua patria,
Tanto che i tuoni assai suonan pibassi:
E fanno un gibbo che si chiama Catria,
Di sotto al quale è consecrato un ermo,
Che suol esser disposto a sola làtria.
Dante Alighieri Paradiso, Canto XXI, versi 106 - 111
Da Fano abbiamo lasciato la costa dell’Adriatico per inoltrarci negli Appennini, seguendo il corso del Metauro, le cui rive hanno assistito alla sconfitta di Asdrubale. […] Seguendo il fiume la vallata si restringe le sponde si fanno ripide e rocciose le foreste di querce e di lecci che sovrastano il corso d’acqua color smeraldo si inerpicano ai fianchi dei precipizi scoscesi. A circa quattro iglia da Fossombrone il fiume si apre un varco tra le pareti e i corrosi di rupi degli altissini Appennini che il torrente tumultuoso e stretto fende e mina alla base […] La strada corre parallela al fiume a un’altezza considerevole e passa attraverso la montagna con una caverna dal soffitto a volta. I segni degli scalpelli dei legionari del console romano sono ancora evidenti.
Percy Byshe Shelley, 1818-1822
A occidente la dorsale appenninica: una complessa duplice catena di monti, tra il Catria e il S. Vicino, congiungentesi a Sud nella dentata muraglia dei Sibillini aggrappati al massiccio di S. Vincitore. A Oriente il littorale adriatico, una spiaggia dolce che declina lenta nel mare, non fosse per l’improvviso balzo scoglioso del Conero, che la taglia a mezzo e la domina.
Bruno Molajoli, 1953
D’autunno è con noi
ogni foglia e ghianda
ed è raggiunto il cielo.
Fra le avellane svolazza
la palomba ferita,
freme il sottobosco
agli scoppi
dei ricci di castagna.
Dolcissima è l’ultima uva
celata fra i pampini rossi,
sul fianco dei monti sale
il fumo delle carbonaie.
A sera
io provo il caldo smemorato
delle castagne,
del torbido vino,
il più nudo corpo
della mia donna.
Paolo Volponi, 1946-1994
Domani è già marzo e la strada
scopre tra i frutteti il petto della contrada.
A marzo il contadino
riordina gli attrezzi e libera i confini.
A marzo i contadini
scendono verso i paesi;
si fermano nelle piazze mercatali
davanti alle osterie, ai forni, ai falegnami
che odorano sotto i portali di pietra fiorita,
davanti ai negozi di ferramenta,
davanti a tutti gli spacci
con un sentore d’acqua muffita.
I vecchi si fermano alle porte;
i giovani salgono le vie cittadine.
Ormai li mischia aprile,
mese senza paura,
e salgono insieme i mezzadri e i garzoni,
i mietitori, i braccianti, i legnaioli,
i muratori di campagna, gli innestatori,
gli scavatori di pozzi e di vigna,
i cercatori d’acqua e i cacciatori.
Il giorno nella città non ho paura,
stretto tra le mura è sempre luminoso,
e sempre vive di qualche cosa, ora per ora;
preso alla mattina presto nei mercati,
nella profonda luce che rispecchiano
le facciate nobiliari o i porticati;
guidato per le vie al suono del selciati
sino ai vertici gentili dei rioni;
alzato a mezzogiorno in fronte alle chiese
su tutte le piazze, una sopra l’altra,
di mattone o di pietra,
non è vinto dalla foglia incerta,
non predato dalle fratte di spini,
non morto nella morte degli insetti;
non arato, seminato, sarchiato,
faticato ora per ora, dalla mattina alla sera.
Il giorno gira nella città il suo dolce sole,
muove il ventaglio alto delle nubi,
e chiama dal mare l’amorosa luce serale
che si stende su tutte le terrazze,
sui giardini pensili, sull’arcate
dalle quali soffia l’Appennino.
Si congiunge alla notte per le strade,
quando vicino s’odono risate di ragazze
verso i torrioni e voci da tutti i portoni.
Paolo Volponi 1946-1994