Paesaggi d'Italia

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Isole di Sicilia

Sicilia, Italia

Forse le isole più isole di tutte, estranianti e “lontane” eppure così vicine a ognuno, per la capacità che hanno di suscitare ed esprimere emozioni particolari, diventate patrimonio dell’immaginario non solo italiano. Luoghi lontani nel mare, isole vere con un proprio carattere, una propria personalità che può variare di molto e presentarsi, a seconda di dove si arriva, vulcanica, mondana, tradizionale, riflessiva, magica, selvaggia. Se proprio si vuole trovare il tratto comune va forse cercato nelle diverse sfumature mediterranee. Gli spettacoli della natura sono così vari e potenti in ogni isola che per nominarle si è dovuto far ricorso alla mitologia, a una geografia fantastica più che fisica. Così come ha sempre qualcosa di fantastico e sognante l’impatto con ognuna di esse; che siano gli sbuffi di fuoco vulcanico che colorano la notte, l’immersione in acque esotiche di vita e colori, la salita su alti cocuzzoli di roccia e di sentimenti spersi tra le acque, le isole siciliane lasciano sempre una traccia nel cuore.

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Le isole Eolie sono in numero di sette: Strongile, Evanima, Didime, Sacra, Vulcania e Lipari. In questa ultima è una città chiamata Lipari. Sono tra l’Italia e la Sicilia, e da questa lontane centocinquanta stadi. Tutte solevano gettar fuori del fuoco: e fino ad oggi da Strongile e da Sacra, per certe aperture, soffia vento e fetore grande, e vengon fuori arena e pietre infocate, siccome avviene nell’Etna. Anzi si afferma da alcuni esistere delle vie sotterranee fra l’Etna e queste isole, ed essere perciò una la cagione per cui eruttano fuoco. Dicesi inoltre che queste isole furon già disabitate; ma che un certo Liparo, figliuolo del Re Ausone, essendosi ribellati i fratelli contro di lui, fuggì dall’Italia e sbarcò un buon numero di soldati nell’isola, che dal nome di lui fu chiamata Lipari. Occupò poi le altre isole, che furono da lui coltivate. Giuntovi in seguito Eolo d’Ippoto con alcuni suoi compagni, sposò la figliuola di Liparo chiamata Cione ed ebbe così di tutte quelle isole il dominio. Si crede anche che Eolo, presso il quale si recò Ulisse mentre andava errando per quel mare, fosse uomo giusto, pietoso ed amorevole verso i forestieri. Fu egli che insegnò ai marinari l’uso delle vele, e predisse quali venti dovessero soffiare: donde si disse che avesse potere sui venti. Per la sua osservanza della religione e pietà fu chiamato amico degli Dei.
Diodoro Siculo, tra 80 e 20 Avanti Cristo
Le isole Eolie, oggidì Lipari, sulle quali gli antichi ponevano il soggiorno d’Eolo, si trovano sulla costa settentrionale della Sicilia, che è raramente percorsa dai viaggiatori. Ed è per ciò, che un piccolissimo numero di curiosi vanno a visitarle. Queste isole erano, nel medio evo, considerate come un così terribile soggiorno, da relegarvi i parricida; ed in vero, la tinta oscura prismatica di Vulcano e l’imponente spettacolo delle sue lave secolari sono di tal natura da colpire il viaggiatore di un sentimento di orrore. Nel profondo cratere di quest’isola, la natura lavora, come in un vasto crogiolo, numerosi solfuri metallici; e da questa miniera inesauribile si estrae anche l’allume in polvere e l’acido borico. Ma se l’aspetto di questa prima isola è severo, quello di Lipari è grazioso e pittoresco. Le vette rosse delle sue colline, le sue vigne, le sue casette d’una smagliante bianchezza, le forme assunte dagli stucchi di pietra pomice, tutto colpisce e seduce insieme. La città, posta nel mezzo di colline elevate, è dominata da un castello che è destinato a reclusorio; capperi e vigne formano la ricchezza dell’isola. Queste vigne forniscono una gran parte delle uve secche esportate dai porti di Napoli, e gli eccellenti vini dolci, conosciuti sotto il nome di vini di Lipari. Più lungi, come un faro acceso, il cratere dello Stromboli fa sentire le sue detonazioni che non cessano mai, e presenta il singolare spettacolo di un vulcano sempre in eruzione.
E. Gautier Du Lise D’Arc, 1829
Alicudi è l’antica Ericodes di Strabone, il quale, come tutti gli antichi, conosceva solo sette isole Eolie: Strongyle, Lipara, Vulcania, Didyme, Phoenicodes, Ericodes ed Evonimos. [...] È difficile imbattersi in qualcosa di più triste, più tetro e desolato di quest’isola infelice che forma il lato occidentale dell’arcipelago delle Eolie. È un angolo della terra dimenticato al momento della creazione, è rimasto al tempo del caos. Lipari, con la sua roccaforte costruita su una rupe e le sue case che assecondano le curve del terreno, offre un’immagine delle più suggestive. [...] Appena entrati nel porto ci mettemmo alla ricerca di un albergo. Cercammo da un capo all’altro della città: né la più piccola insegna né il più misero ostello. Dalla cima di Campo Bianco si dominava l’intero arcipelago; così come la visuale che ci circondava era magnifica, altrettanto quella che si spiegava sotto di noi era cupa e desolata. Lipari non è altro che un ammasso di pietre e di scorie; dalla distanza a cui eravamo, persino le case sembravano dei cumuli di pietre affastellate alla rinfusa, e su tutta l’isola a malapena si distinguevano due o tre macchie di verde - che sembravano, per servirmi della definizione di Sannazzaro, dei frammenti di cielo caduti sulla terra. [...] Un tratto di mare largo appena tre miglia separa Lipari da Vulcano. [...] Vulcano, simile all’ultimo relitto d’un mondo devastato dal fuoco, si protende dolcemente in mezzo al mare che sibila, freme e ribolle tutt’intorno a lui. È impossibile, neanche dipingendola, rendere l’immagine di questa terra sconvolta, arroventata e quasi fusa. Non capivamo, alla vista di quella straordinaria apparizione, se il nostro viaggio era solo un miraggio e se quella terra fantastica sarebbe svanita davanti a noi nel momento in cui avremmo creduto di posarvi il piede. [...] Iniziammo a salire verso il cratere del primo vulcano; a ogni passo udivamo la terra risuonare sotto i nostri piedi come se stessimo camminando su delle catacombe. [...] Dopo una seconda arrampicata di circa un’ora ci trovammo sul ciglio del secondo vulcano; al suo interno, in mezzo al fumo che fuoriusciva dal centro, scorgemmo una miniera intorno alla quale s’affannava un’intera popolazione. Ci risvegliammo di fronte a Panarea. Il vento era stato contrario tutta la notte e, malgrado i nostri uomini si fossero dati il cambio alla voga, non avevamo fatto molta strada: eravamo ad appena due miglia da Lipari. Il mare era perfettamente calmo: diedi quindi ordine al capitano di mettersi all’ancora e di fare le provviste per la giornata, ma soprattutto di non dimenticare le aragoste. [...] Dopo circa un’ora di sosta a Lisca Bianca, vedemmo la speronara che iniziava a muoversi e s’avvicinava a noi. [...] Il capitano aveva eseguito alla lettera il mio ordine: aveva fatto una tale scorta di astici e di aragoste che non si sapeva più dove posare i piedi, tanto il ponte ne era invaso; diedi ordine di metterli tutti assieme e di contarli: ce n’erano quaranta. Arrivammo a Stromboli verso le sette di sera. [...] Dieci minuti dopo eravamo ormeggiati a sessanta passi dal versante settentrionale della montagna. Era nelle profondità di Stromboli che Eolo teneva incatenati luctantes ventos tempestatesque sonoras. Al tempo del cantore di Enea, quando Stromboli si chiamava Strongyle, certamente l’isola non era ancora conosciuta per quello che è e andava preparando nelle sue viscere quelle infuocate eruzioni cicliche che ne fanno il vulcano più gentile della terra. Con Stromboli, infatti, si sa cosa aspettarsi: non è come il Vesuvio o l’Etna, che per una seppur minima eruzione fanno attendere il viaggiatore anche tre, a volte cinque, a volte dieci anni. In difetto di qualità, dunque, Stromboli ripiega sulla quantità. E infatti non ci fece aspettare. Dopo appena cinque minuti di attesa si udì un rimbombare sordo, seguito da una detonazione simile a quella di una ventina di pezzi d’artiglieria che si mettessero a sparare tutti insieme, e un lungo getto di fuoco s’innalzò in aria per poi ricadere in una pioggia di lava; una parte di tale pioggia rientrò nel cratere del vulcano, mentre l’altra, scivolando lungo il pendio, precipitò come un torrente di fuoco e andò a estinguersi sfrigolando nel mare. Il fenomeno si ripeté dopo dieci minuti, e così fu a intervalli di dieci minuti per tutta la notte. Confesso che quella fu la notte più straordinaria della mia vita. Quello stesso giorno, alle quattro del pomeriggio, uscimmo dal porto. Il tempo era magnifico, l’aria tersa, il mare appena increspato. [...] Avevamo concluso la nostra esplorazione di tutto quel favoloso arcipelago che Stromboli illumina come un faro.
Alexandre Dumas, 1835
(Vulcano) In fondo all’immensa cavità, chiamata «la Fossa», larga cinquecento metri e profonda duecento circa, una decina di fessure giganti e di enormi buche arrotondate vomitano fuoco, fumo e zolfo, con indicibile fragore. Si scende lungo le pareti dell’abisso, giungendo ai bordi delle furiose bocche. Tutto è giallo intorno a me, sotto i miei piedi e sopra di me, d’un giallo che confonde e acceca. Lo sono il suolo, le alte pareti e perfino il cielo. Il sole spande nell’abisso muggente la sua luce infocata che il calore della conca di zolfo rende dolorosa come un’ustione. Si vede ribollire il liquido giallo che scorre, si vedono sbocciare curiosi cristalli, schiumare acidi rilucenti e strani sull’orlo delle labbra rosse dei focolai.
Guy De Maupassant, 1885