Paesaggi d'Italia

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Intorno a Roma: i Castelli e la campagna romana

Lazio, Italia

Luoghi tra i più visitati e raccontati dai viaggiatori e scrittori di tutti i tempi, che arrivano a Roma riconoscendole i primati di civiltà, spiritualità, bellezza che le spettano nel mondo. Ma Roma non è solo il suo unico e infinito centro storico, il suo tessuto cittadino con le sovrapposizioni di tante epoche e forme urbane; ci sono anche i luoghi, spesso sorprendenti, che fanno da corona all’Urbe per eccellenza. E così emergono nitide le immagini di spazi dove i segni incomparabili dell’antichità diffusa e di una natura viva e spettacolare (lasciata libera o addomesticata ad arte) creano un insieme che si può davvero definire “pittoresco” nel suo senso più pieno e qualificante. Le alture dei castelli romani, la campagna dove emergono le rovine degli splendori imperiali, gli acquedotti mirabili, le ville e giardini antichi, le storiche porte cittadine, lo sguardo che si spinge verso le coste: il tutto con lo sfondo della “Città Eterna”, uno scenario che porta alla convinzione che “Niente è paragonabile per bellezza alle linee dell’orizzonte romano al declivio dei piani”.

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Sul declivio orientale del Gianicolo […] sorge la fontana Paola, la più grande e copiosa delle fontane di Roma […]. Una volta la settimana noi passiamo qui la giornata in mezzo alle fragranze dei fiori, al susurro melodioso dell’acqua, alle dolcezze della poesia e della musica […]. Nell’opposta direzione, la strada vi conduce sul dorso della collina e, per la porta della città, a giardini e ville adiacenti. Passando sotto un arco grandioso dell’acquedotto di Traiano, un portone ornato, a sinistra, v’introduce nella villa Pamphili-Doria […]. I suoi spaziosi terrazzi, le sue statue marmoree, i suoi boschetti e viali, i suoi laghetti, le sue fontane e cascatelle le danno un’aria di regale magnificenza e di bellezza morale che rappresenta il bello ideale di una villa suburbana.
Henry W. Longfellow, 1840 circa
Guardando dal mio scrittoio della camera del Maratta, potevo leggere e rileggere la grande epopea della Campagna romana e non sentirmene mai stanco. Quando la tempesta spingeva su questa Campagna nuvole nere Roma si accendeva di lampi; quando, alle prime luci del mattino, la campagna era tutto un mare di nebbia ondeggiante, solo la cupola di San Pietro sorgeva e pareva librarsi sui vapori.
Richard Voss, 1870 circa
Oh! Roma, o donna dei regni, sien testimoni all’augurale ode che canta oggi il tuo destino le cose che portano i segni: la nube che sul Palatino sanguigna risplende come porpora imperiale tra gli ardui cipressi; il divino silenzio del vespero che accende i Dioscuri domitori di cavalli sul Quirinale; l’ombra spirante che occupa i Fòri gli Archi le Terme taciturna.
Gabriele D’Annunzio, 1903
Dopo l’osteria dell’Osa, avanzando per la via Prenestina, presso un tratto di essa, oggi abbandonato, a circa 18 chilometri da Roma, s’incontra il bacino del Lago di Castiglione con le rovine dell’antica Gabii. È questo uno dei luoghi della campagna romana da cui spira la più solenne poesia: salendo sulle collinette che coronano il lato orientale del lago, sulle quali sorgeva la città lunata […] si discopre un vasto panorama verso Roma la pianura uniforme, da un lato le tre cime dei Cornicolani e i Tiburtini dominati dal Monte Gennaro, dall’altro i colli Laziali con Frascati e Colonna e in fondo le montagne Preneste e dei Volsci.
Antonio Muz, 1930 circa
E tu Aricia, figlia di Siculia, che nascondi vergognando nei tuoi folti boschetti la faccia voluttuosa all’occhio ardente del sole! Tu città di Cinzia, celeste Genzano, tu Nemiove negli antichi tempi del Lazio fiorì un boschetto sacro ad Artemide Tauride. Tu antichissima sacra figlia di Troia, città di Lavinia, di dove l’occhio scorre al promontorio azzurrognolo di Circe. Tu Gandolfo, e tu Grotta Ferrata con la pensosa solitudine, del tuo convento, tu nido d’aquila sospeso alle rocce, Rocca di Papa, con le tue meraviglie. Voi tutti giardini di Frascati, ove l’occhio, dai ruderi sublimi di Tuscolo, declina inebriato alla splendida Roma.
Wilhelm Waiblinger, 1829 circa
Niente è paragonabile per bellezza alle linee dell’orizzonte romano al declivio dei piani, ai contorni soavi e fuggenti dei monti che lo compiono. Spesso le valli nella campagna prendon forma d’un’arena, d’un circo, d’un ippodromo; i poggi son tagliati a terrapieni, come se la mano possente dei Romani avesse sconvolto tutta questa terra. Un vapore particolare sparso in lontananza arrotondisce gli oggetti e dissimula ciò che potrebbe esservi di duro o di aguzzo nelle loro forme. Le ombre non sono mai pesanti o nere, né vi sono masse così oscure di rocce o di fogliame, in cui non s’insinui sempre un po’ di luce. Una tinta armoniosissima unisce la terra, il cielo e le acque: tutte le superfici, per una sottilissima gradazione di colori, confondono le loro estremità in modo che non si può determinarne il punto nel quale una sfumatura finisce e una comincia.
François-René Chateaubriand, 1827