Paesaggi d'Italia

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Il respiro del Po

Emilia-Romagna, Italia

Uno dei luoghi più misteriosi, originali d’Italia, forse perfino d’Europa. Al fianco o addirittura dentro le città e paesi della pianura padana, ecco che quando arriva in Emilia il più grande fiume italiano diventa davvero “estraniante”, enigmatico nelle forme, nelle immagini e nei sentimenti che suscita. Le tante migliaia di persone che praticamente ogni giorno lo sfiorano, lo attraversano, lo vedono passando in velocità sulle grandi strade, non possono davvero figurarsi cosa li attenderebbe solo un po’ più in là. Appena lasciati i tracciati cittadini, si apre un mondo inaspettato, popolato da animali e piante insolite, da gente di fiume con le sue storie dense che scorrono immancabilmente al confine sfuggente tra terra e acqua. Geograficamente il Po diventa emiliano a Piacenza, ma si può dire che la sua anima emiliana si rafforza man mano che tocca le terre di Parma e Reggio Emilia, divenendo uno scenario naturale e umano che nell’immaginario italiano si è conquistato un ruolo sentimentale tutto particolare, bene riassunto dalle parole di Giovannino Guareschi quando dice che “la Bassa non è fatta per le gite turistiche in torpedone. E’ fatta per chi non ha paura di restare solo coi suoi pensieri. Quando il grande fiume sfiora Ferrara, per poi arrivare a Comacchio, le atmosfere uniche del Delta avvolgono e stupiscono chiunque.

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Alzo gli occhi. Vedo spalti, perché queste mura? Il Po è lassù così alto? Come ci si sarà arrampicato. Salgo. E’ lui! Fra gli esilissimi lunghi pioppi delle golene. Bisogna vederlo, questo signor Po, negli argini. Cresce, sul suo alveo che non cessa di alzarsi, come un monumento. Si volge sui bastioni, matto come una belva alle sbarre.
Giuseppe Ungaretti, 1961
Dunque il Po comincia a Piacenza, e fa benissimo perché è l’unico fiume rispettabile che esista in Italia: e i fiumi che si rispettano si sviluppano in pianura, perché l’acqua è roba fatta per rimanere in orizzontale, e soltanto quando è perfettamente orizzontale l’acqua conserva tutta la sua naturale dignità.
Giovannino Guareschi, 1948
(La pianura ferrarese) Bisogna andare sul posto e osservare a lungo i luoghi. Si ha il senso dell’antico destino, della vicenda geologica di questa terra: composta di brani di isole di terraferma ricoperta di verde, di erbe e di canne palustri, che nel giro di stagioni o di secoli aspettano di essere sommersi dalla lenta furia dell’acqua, la più ineluttabile delle forze di natura, e sognano, queste opache zolle verdastre, […] sognano la nuova stagione, o il corso del tempo che le riporti alla luce del sole. La veduta è di un selvaggio patetico, di una desolazione, di una remota pace da arcipelago sulle rive di una costa orientale, una perduta riva dell’Oceano pacifico.
Giuseppe Raimondi, 1961
Impressione. Perché l’orizzonte confonde quasi sempre cielo e terra, perché le campagne abitano anche le città e i paesi , perché i campanili non solo non vengono avvistati dalla riva del fiume da cui sostiamo , ma si raddoppiano , si confondono specchiandosi nell’acqua, perché i pioppi anziché costituirsi come natura ci raccontano della ripetizione indistinta, perché le strade sembrano andare sempre nello stesso punto e quindi da nessuna parte.
Luigi Ghirri, 1987
Ne ho visti di grigi [...] Ma i grigi del Po sono il grigio,Gli altri colori non esistono più. Anche il rosso di qualche maglione di donna o la camicia bianca di un terrazziere o il marron dei tetti bassi non hanno fa forza di affermarsi, diventano grigi anch'essi.
Per dividere presto il cielo dalla terra, che di solito basta un quasi impercettibile tono diverso, si può lasciare tutto uguale.
Cesare Zavattini, 1975
Il tramonto fu mollo lento, e lo sua linea mi colse fra le valli. D'un tratto l'odor disfatto delle malte putrefatte vaporò più forte la sua ebbrezza melanconica, e le sue acque si fecero di tali colori che la fantasia ci si perse, spaventata di vedere
cosa inimmaginabile. I rossi incandescenti si mischiarono coi neri della scoria di fusione, e come brividi scendevano sulle acque e sugli isolotti stepposi le bruniture della notte azzurra in cielo, cupa nell’acqua. Lontano, l’ultimo ciel di rosa, all’estremo ponente, si vedevano gli Appennini, apparizione di grande soavità in mezzo a quell’inferno di colori”.
Riccardo Bacchelli, 1952
E uno dei luoghi più singolari in natura è quel delta dove il Po, come una gran creatura stanca del proprio peso, inciampa nell’ultimo passo di un lungo andare. L’acqua lentissima, decantata la melma si svia in mille acquitrini e correnti erranti . In molti punti a guardar dentro, si scorge il fango che con moto visibile scende al fondo, Sembrano gialle frange delicate, piumosità dentro l’acqua.
Riccardo Bacchelli, 1952
Le valli paludose dedite alla pesca dell’anguilla e del cefalo, popolate di uccelli acquatici e in parte oggetto di bonifica, celano tre necropoli e una grande città non scoperta ancora. Potente città etrusca della fine del sesto secolo prima di Cristo, Spina e le sue necropoli giacciono sotto un velo d’acqua e affondate nella melma.
Guido Piovene, 1957
(Il Delta) L’ambiente palustre e vallivo ha un proprio fascino, al quale non può restar certo insensibile chi è portato a cogliere le bellezze del creato, anche nei suoi aspetti apparentemente più depressi e monotoni, che sembrano infondere nell’animo un sottile velo di malinconia. Quelle acque stagnanti, a volte dolci, altre volte salmastre, inframmezzate da una bassa vegetazione fatta per lo più di cannuggiole, di giunchi, di falasco, costituiscono ovviamente il regno preferito delle varie specie di anatre, dalle folaghe e da altri uccelli detti appunto “di valle”. [...] Ma, a parte queste valli di notevole estensione, si aprivano qua e là dei terreni incolti, delle piccole depressioni allagate, dei brevi tratti litoranei idonei alla sosta dei palmipedi per lo più dal nord-est europeo.
Carlo Cavina, 1987
(Il bosco della Mesola) E’ chiamato bosco, ma non è bosco se non dove alle libere piante piacque di aggrupparsi in macchie dense e selvose. Esso è formato dal lido sabbioso, o cordone litoraneo, che – restringendosi alquanto di mano in mano che si procede verso il Po di Bevano – separa il mare dalle valli o lagune di Comacchio.
Il bosco è presso che deserto di popolazione. Esso – al tempo presente – non contiene malfattori, se non per uno solo, … il zanzarone della malaria – la cui terribile rinomanza, come del resto avviene per tutti i malfattori che vivono e battono la campagna, è esagerata. D’altra parte il feroce zanzarone non saprebbe in tutto il bosco chi assaltare, perché in tutta la prima parte di quella landa non si incontra che una di quelle solite antiche torri quadrate, erette dai Papi sul litorale a guardia del mare [...].
Il territorio del bosco, dopo la detta torre, si fa più culto. Esso è diviso in poche fattorie a coltura estensiva, o boarie – come quivi dicono – giacchè non vi dimorano coloni ma un boaro che al tempo dei lavori chiama le opere per i vitigni: il vino del Bosco. Iddio accanto all’anguilla ha messo il vino di bosco! I comacchesi serbano alle loro amatissime anguille un tomba di questo forte e sapido vino [...] senza di che non sarebbe digeribile la grassa anguilla.
Alfredo Panzini, 1907
(Bassa pianura emiliana) Da poco era entrato in quella parte della pianura, chiamata la Bassa, la cui vegetazione rigogliosa, coi campi simmetricamente divisi da lunghi filari di alti alberi vitati, e di tanto in tanto cosparsi da pioppe cipressine, dà l’idea di un’enorme infinita città signorile, mai apparsa e mai distrutta, la cui fondazione venne rimandata migliaia di anni fa ad epoca migliore a tempi più felici. La sua biroccina andava per quella striscia che è la cosa più irregolare della pianura: la strada. Chissà quale barbaro pensò di costruirla.
Antonio Delfini, 1933-1939