Paesaggi d'Italia

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Il Pollino e la Piana di Sibari

Calabria, Italia

Il Pollino è una regione montuosa dai tratti potenti, intricati, che trovano una perfetta corrispondenza con la rarità naturale divenuta l’emblema stesso del Parco Nazionale che tutela tutta quest’area: il pino loricato che, come la terra in cui vive assume straordinarie forme di dura maestosità, contorte e forti, espressioni di energia e resistenza selvaggia. Il Pollino, con le sue montagne, le sue foreste, i suoi corsi d’acqua avventurosi e fragorosi, è proprio come questa strana pianta che ne è diventata il simbolo: lo si capisce bene, lo si interpreta al meglio, si coglie la sua particolare bellezza avvicinandosi e considerandolo con attenzione e discrezione, per cogliere intatti i segni dello scorrere del tempo, per apprezzare la tenacia della natura e degli uomini di queste terre. Ai piedi del Pollino, per tener fede ai contrasti del paesaggio calabrese, si allarga la pianura più estesa di tutta la regione, il territorio di una delle più famose città della Magna Grecia, una delle più fertili di frutti della campagna e di miti della civiltà.

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Il Pollino è prima di tutto un confine: amministrativo, perché divide la Basilicata dalla Calabria; geologico perché né l’ultimo contrafforte di rocce calcaree, con tracce di antichi ghiacciai, dell’Appennino, prima che comincino i massicci cristallini della Sila e dell’Aspromonte; geografico, perché qui, dove lo “stivale” diventa stretto e le montagne hanno poco spazio per scendere a mare i dirupi si fanno tremendi e i torrenti, al tempo del disgelo, si avventano a valle con furia ruggente trascinando cascate di fango e intere pietraie in greti sterminati: sono fenomeni così caratteristici che i loro nomi locali si sono imposti anche ai cartografi e così, quelle forre tormentate si chiamano per tutti timpe e quei devastanti corsi d’acqua hanno un nome diventato scientifico: le fiumare.
Carlo Graffigna, 1976
Erto e impetuoso quanto morbida e pettinata è la Sila, il massiccio del Pollino ha il suo culmine nella Serra del Dolcedorme (2271 metri), la quota più alta di tutta l’Italia meridionale dopo il Gran Sasso. La cima stretta qualche metro appena tra i due versanti, si è sospesi sull’abisso, e nei limpidi mattini l’occhio spazia e si perde sui due mari fin verso la Sicilia e la Puglia. Dolcedorme è una dolomite, una cattedrale, grigioverde o rosaviola e seconda dell’ora e della stagione; d’inverno, sotto la neve, una parete di marmo bianco venato d’azzurro, che al tramonto, quando qui è già l’ombra, all’improvviso si accende di porpora [...]. Sulla cima del Pollino (2248 metri) a più cocuzzoli tondeggianti, nelle invernate propizie si forma un nevaio perenne; io lo trovai un ventitré di agosto, e fu una visione di sogno; tutt’intorno alla neve fiori, viole, garofanetti, margherite, e altri fiori non visti mai, e una musica segreta, della neve che si scioglieva penetrando nelle viscere del monte a nutrire le sorgenti lontane.
Mario Cappelli, 1951
Fui contento di scendere nuovamente, per raggiungere l’Altopiano del Pollino, una prateria di tipo alpino, con un laghetto rallegrato da insoliti e splendidi fiori, a 1780 metri sul livello del mare. Nessuno che visiti queste regioni deve rinunciare alla visione di questo spazio racchiuso tra le cime dei monti, anche se esso si trova un po’ fuori dai percorsi consueti.
Norman Douglas, 1907-1911
[...] ma l’occhio del forestiero subito vede l’arco delle montagne disteso da levante a ponente, dal massiccio del Pollino scattante sulla piana di Sibari alla catena del vero e proprio Appennino profilato verso il Tirreno. In mezzo, il solco di Campotenese, col suo altopiano a mille metri, dove a luglio ancora verdeggia il grano, tra le fiammelle splendenti della ginestra in fiore; e sui monti a ponente vive ancora il capriolo, protetto dai silenziosi sospesi nel folto di boschi impenetrabili.
Mario Cappelli, 1951
E Castrovillari – il bel paese solatìo che posa in mezzo a una conca lussureggiante di luci e di colori, baciato dagli aromi montanini del Dolcedorme e carezzato dalla canzone gorgogliante del Coscile, l’antico fiume caro agli Dei e che Plinio consacrò alla fecondità delle donne [...]
Luigi Saraceni, 1922
Zona di grande contrasto, contraddistinta dal massiccio del Pollino, il più alto e il più impervio dell’Italia meridionale e dalla valle del Crati o piana di Sibari, la più vasta e la più bassa della Calabria. In questa convergono [...] i tre fiumi Crati, Esaro e Sybaris (Coscile) sui quali ha favoleggiato l’antichità classica greco-romana, dando alle acque del primo il potere di rendere bionda e molle la chioma dei bagnanti, mentre a quelle del terzo ha attribuito la virtù di renderla più nera, più folta e più increspata. Qui si diedero convegno, nei tempi remoti, i rudi aborigeni (Lucani e Bruzi), che si attestarono sulle alture, i raffinati e molli Sibariti, che popolarono di ville lussuose i colli circostanti, gli astuti Cartaginesi e i forti Romani che la conquistarono e la latinizzarono. Questo miscuglio di razze tanto diverse, anzi contrastanti, si rinnovò nel Medioevo [...]. [...] è di tradizioni latine Castrovillari [...] , sono invece fortemente greche le tradizioni di Rossano, già roccaforte del bizantinismo [...] tra le due si sono inseriti – nella seconda metà del XV secolo – forti nuclei di esuli albanesi, che hanno resistito per secoli ad ogni tentativo di penetrazione latina ed hanno finito per costituirsi [...]. E in queste località italo-albanesi i costumi si sono mantenuti inalterati, [...] per cui chi conosce la lingua, gli usi e le tradizioni dell’Albania, si trova qui a suo agio e può ammirare i variopinti e sgargianti costumi delle donne, assistere alle loro danze travolgenti, ascoltare i loro canti marziali e nostalgici nello stesso tempo, che ricordano la Morea, l’Epiro e gli altri luoghi che l’invasione turca [...] ha costretto ad abbandonare [...].
Francesco Russo, 1963
(Verso Spezzano Albanese) Spezzano Albanese, posto su di un largo terrazzamento fluviale a 305 m.s.m., da dove lo sguardo abbraccia l’ampio semicerchio della grande montagna secondaria appenninica, è uno dei punti panoramici più belli della Calabria settentrionale. Lo spettacolo che si può godere è assai suggestivo “specialmente quando, nel tardo inverno o all’inizio della primavera, la neve ammanta ancora tutta la montagna, mentre nelle bassure collinari e nella piana il grano già alto stende le sue vaste pennellate di verde, su cui spiccano le dipinture bianche e rosee dei mandorli e dei peschi in fiore”.
Gabriele Sampieri, 1963
(Verso la piana )Querce e alberi di castagno, pioppi, olmi, gelsi e tutte le varietà di alberi da frutta (dal fico al pero, dall’albicocco al susino) prosperano, insieme con le siepi di fichidindia e dei roveti; noci e melagrani si alternano nelle “chiuse” dell’interno, nelle piccole valli calde come serre. Puoi vedere ancora le greggi che tornano al tramonto nell’ovile, e ancora risenti il flauto di sambuco del pastore all’intorno ripetere le antiche melopee che accompagnavano gli idilli di Teocrito. Ottime strade collegano i paesi tra loro; ottime in pianura, incatramate, non già quelle che si inerpicano verso l’alto, per raggiungere gli abitati sui monti.
Raul Maria De Angelis, 1963
(Piana di Sibari, sotto il Pollino) [...] il Crati ed il Cocillo, due fiumi poco distanti fra loro, ed in mezzo ai quali sorgeva un tempo la tanto rinomata Sibari, la più florida delle colonie greche in Italia. La dolcezza del clima, la meravigliosa fecondità della terra, la sua stessa posizione tra due fiumi, fecero salire in brevissimo tempo la città al più alto grado di potenza e di ricchezza.
Nicola Marcone, 1885
Non credo che esista al mondo qualcosa di bello della pianura ove fu Sibari. C’è ogni cosa: il verde ridente dei dintorni di Napoli, la grandiosità dei più maestosi paesaggi alpestri, il sole e il mare della Grecia. Immaginatevi un immenso anfiteatro di montagne, profondo più di quaranta chilometri e aperto sul mare per una lunghezza di trenta. A nord il Pollino, scosceso e spoglio. Si alza quasi senza contrafforti, per dirupi selvaggi e desolati fino al picco di vetta, alto 2200 metri, dove la neve non si scioglie fino a metà giugno [...].
François Lenormant, 1881