Paesaggi d'Italia

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Il Po e la piana piemontese

Piemonte, Italia

Scendendo da Pian del Re, dove si raccolgono le prime acque del Po ai piedi del Monviso, si scorge un lembo di terre tutte piane coperte da ampie e ordinate campagne, costellate di paesi e città: è il preannuncio piemontese di quella che, attraversando il Nord, diventa la più grande e popolosa pianura d’Italia. Di qui il re dei fiumi italiani, comincia a disegnare la lunga via d’acqua che nei millenni ha contribuito a far crescere vere e proprie civiltà, ha creato economie e stili di vita diversi, ricchi patrimoni di tradizioni, cultura e arte, forti riferimenti dell’immaginarionazionale.La pianura padana comincia da qui a configurarsi come un mondo con uno stile proprio, segnato nel profondo da tutta la storia, dal carattere e dal lavoro delle genti che la abitano. Le città e i paesi sono testimoni fedeli dei secoli passati a far di questa terra una delle più ricche non solo i termini economici ma anche artistici d’Europa; le campagne raccontano antichità e innovazione dell’’agricoltura, il paesaggio naturale e umano e gli orizzonti particolari riservano, a chi sa guardare, tratti sorprendenti, un’ espressione fedele dell’’identità locale com’è la cucina racconta con i suo prodotti e i suoi piatti storie eccellenti.

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A Saluzzo, ultimo lembo di collina ai piedi del Monviso, il Po, dice addio alle ebrezze delle forti pendenze e si laurea fiume da torrente che era. E che torrente. In 13 chilometri soltanto (in linea d’aria) precipita da 2020 a 625 metri attraverso una delle valli più scoscese di tutte le Alpi: una corsa verso la pianura che diresti perfino impaziente, ansiosa tra un susseguirsi di boschi di abeti e faggi prima e poi, verso le quote più basse, di querce miste a castagni, a ontani, ad aceri, a robunie. A Pian della Regina invece il paesaggio è completamente brullo, pietroso, appena maculato qua e là da lembi di prato ridotti all’osso dai greggi d pecore e di mucche con la campana al collo che pascolano al suono di un ininterrotto din-don. Il tutto vigilato in continuazione dell’occhio dell’”arciprete” (come fu chiamato il Monviso da un fantasioso seicentista) con cappello a forma di cono.
Ermanno Rea, 1990
Nel basso Piemonte c’era ancora una parvenza d’estate. Il sole brillava nel cielo azzurro, ma in distanza le catene di montagne che si ergevano una dietro l’altra erano avvolte da nubi temporalesche. Le vigne erano una tavolozza di colori con le loro foglie cremisi, brune, gialle e verdi, e i grappoli purporei o di un bianco dorato; il solfato di rame, col quale le foglie erano state cosparse per preservarle dalle malattie, metteva anch’esso la sua tinta azzurrognola fra i tanti colori. Sparsi per le campagne e per le vigne, peschi e fichi ancora con i loro frutti.
Estella Canziani, 1917
V’è un fascino tutto particolare in quella pianura che costeggia il piede delle Alpi da Pinerolo a Saluzzo [...] È un fascino raccolto, fatto di placide tonalià di verde e di silenzi carichi di memorie solenni; fascino per spiriti meditativi, che amano i lenti pellegrinaggi fuori delle vie troppo battute e le pensose scoperte personali. Dalla sommessa dolcezza del verde che la attornia e dalla pace della campagna. Più che in una campagna, anzi sembra di inoltrarsi in un parco sconfinato: lunghissimi viali alberati, rettilinei, a perdita d’occhio; prati dolcissimi, punteggiati ad autunno dei fiori violacei del colchico: dense verzure di boschetti o frutteti dai filari ordinati; nello sfondo la cortina maestosa delle Alpi, con la vetta del Monviso scintillante di ghiacciai, che appare e scompare fra le piante, ora vicina ed imponente nel suo candore, ora lontana e ridotta ad una minuscola sagoma geometrica, ma sempre presente, come se accompagnasse dovunque il viandante. E poi silenzio; silenzio fasciato di nebbie fumose all’albeggiare o dorato al tramonto di un pulviscolo luminoso, che fluisce tra i rami delle piante: silenzio sottolineato dal marmorio di un ruscello che scorre limpido sotto un rustico ponte di mattoni o dal mansueto scampanio di una mandria di bovini, che spicca sullo sfondo dell’erba, con le sue chiazze bianche e castagne.
Giorgio Spini, 1961
(Rocca di Cavour) Chi capitasse là senza sapere, la crederebbe un monte artificiale, innalzato dal capriccio mostruoso d’un tiranno antico, una specie di colossale osservatorio guerresco, fabbricato per tener d’occhio tutti i feudatari della pianura, dalle rive del Po, alle rive del Sangone. Si capisce come sia stata sempre oggetto di meraviglia, cominciando da Plinio, che scrisse di non aver mai visto un montem a monti bus separatum nisi montem Caburri, e venendo fino a Carlo Denina, il quale credette un masso precipitato dalle Alpi, ed altri che la ritennero uscita tutta sola dalle viscere della terra, quasi all’improvviso, come la testa d’un titano sepolto. [...] è l’estrema punta, o come suol dirsi l’ultimo sperone del contrafforte alpino il quale scende dal monte Granero a dividere la valle del Po da quella del Pellice, sperone il quale s’innalza in modo notevole rispetto alla giogaia di cui è termine [...]. non è dunque un’avanguardia solitaria, una sentinella perduta dell’immenso esercito alpino; ma la testa d’una colonna non ininterrotta che fa la sua strada sotto terra.
Edmondo De Amicis, 1888
(Pinerolo) Vista dall’alto, posta come all’imboccatura di due bellissime valli, ai piedi della Alpi Cozie, davanti a una pianura vastissima, seminata di centinaia di villaggi, che paiono isole bianche in un mare verde e immobile, è la città più bella del Piemonte.
Edmondo De Amicis, 1888
(visioni dall’alto forte di Santa Brigida, Pinerolo) [...] orizzonti d’un panorama meraviglioso. [...] quella bella conca ridente di Cumiana, che vien fuori dalla parte sinistra, con il suo semicerchio di monti boscosi, coi suoi poggi coronate di chiesuole, colle sue borgate che fan capolino fra le macchie [...] quello sterminato tappeto verde, picchiettato di vermiglio dai villaggi, rigato di bianco dalle strade, strisciato d’argento dai corsi d’acqua, orlato d’azzurro all’orizzonte, e tutto ricamato a rilievo e come trapunto dalla vegetazione, da mettere la voglia di passarci sopra la mano.
Edmondo De Amicis, 1888
(Pianura Vercellese) Nel silenzio la pianura parla con la sua voce che viene da lontano.
Dante Graziosi, 1972
Chi non conosce le vaude e le baragge non può dire di sapere che cos’è il Piemonte. “Sparuti avanzi di antichi boschi sparsi tra sodaglie semisteppose e fra sterpeti in cui predomina l’erica, sono tipici dell’alta pianura torinese nella regione delle vaude (vaude di San Maurizio, di Ciriè, di Lombardore) e dell’alta pianura biellese e vercellese, in corrispondenza delle baragge (baragge di Candelo, di Santa Maria, di Carsio, del Brianco, di Rovasenda, ecc.)” così la guida del Touring, nel suo stile involontariamente poetico. La barraggia biellese è una zona relativamente selvaggia, che bisogna attraversare per raggiungere, dalle risaie della vera pianura, i vigneti delle prime colline. [...] nel sole invernale, sullo scenario violetto e bianco delle Alpi, la baraggia erano immensi boschi fitti di querce, ed erano alternatamente, campi sterminati di altissime erbacce, tutte di un compatto, caldo, vivo, splendente giallo zabajone, su cui tornavano a spiccare, qua e là, i rossi ruggine di alcune querce isolate. I medesimi colori di certi altipiani del Kenja, alle pendici del Kilimangiaro. Con qualche leone affittato da un circo equestre e con un centinaio di comparse africane, sarebbe possibile produrre sottocosto un autentico film-safari.
Mario Soldati, 1968
A marzo e aprile è tutto un grande lago da noi, e gli aironi cinerini dal lunghissimo collo, in compagnia di altri cugini primi, più piccoli, ma più belli, gli aironi bianchi o garzette e dei tarabusi un po’ goffi, fanno casa nelle garzaie: a casalino le costruiscono sui pini e i platani nel castello del Conte, a San Bernardino di Briona nel fitto bosco di conifere, di robinie e di pioppi ai margini del Sesia e della riserva di sant’Uberto: sono ormai a centinaia!
Dante Graziosi, 1972